Frigeste e il Grande Piede
Frigeste di Liberaterra si vedeva bello come un dio orientale. Procedeva senza timore nel canneto, verso il sole nascente sul profilo dell'orizzonte.
...La giornata iniziava splendidamente. L’incedere ardito di Frigeste lasciava intendere che avrebbe certamente raggiunto la meta, e portato a termine i suoi obiettivi.
Il grande piede calò dall’alto come un falcone in caccia che ghermisce la preda; con la differenza che, mentre il rapace afferra e trascina via, quello spiaccicò Frigeste al suolo, e, scivolando leggermente, lo sfrittellò senza riguardi né compassione alcuna, lasciandolo lì esanime. Fortuna volle che, prima di lui, il grande piede avesse pestato una grande merda, una parte generosa della quale, essendo rimasta appiccicata alla suola, funse da morbida intercapedine salvifica. Questa circostanza, rafforzata dalla natura irregolare del sentiero, rese possibile che egli potesse sopravvivere, anche se vistosamente malconcio.
Le rane, solitamente educate, commentarono: «Accidenti, che fortuna!».
Altre creature, come i rospi e i saettoni, fecero osservazioni più adeguate alla sana volgarità degli abitanti della Palude, per cui sarà opportuno non riferirle.
Per una curiosa circostanza, inspiegabile ma utile all’economia del racconto, le peggiori conseguenze le subì la sua personalità, o anima, o spirito che dir si voglia, insomma quel velo impalpabile che alcuni affermano non esistere (essendosi presa la briga di porre un moribondo su una bilancia attendendone pazientemente la morte, non senza averne verificato il peso sia prima che dopo, e avendolo riscontrato immutato).
Strascinata dal grande piede, l’anima s’impigliò alle irregolarità del terreno e si lacerò dissociandosi in più parti. Da quel momento ciascuna parte visse di vita propria, pur nella incontenibile nostalgia di una antica appartenenza comune. Effettivamente ciascun brandello d’anima sapeva di poter esistere solo assieme a tutti gli altri.








